L’indifferenza come arma

Non so voi, ma a me capita di arrabbiarmi spesso. Attenzione, quando intendo che mi arrabbio non intendo che faccia scenate o cose dell’altro mondo.

Ci rimango male, sì. Ci rimango male se qualcosa non va come avevo programmato io; ci rimango male se qualcuno a cui tengo non ricorda un dettaglio a cui davo importanza. E di conseguenza mi arrabbio.

Mi arrabbio quando ho qualcosa da dire e non vengo capita; mi arrabbio quando mi si dicono cose non vere; mi arrabbio e basta.

Poi, forse riflettendo e/o crescendo, ho maturato l’idea che arrabbiarmi non portava a nulla. Non ottenevo nessun risultato se non qualche ruga in più sulla fronte.

Quindi ho deciso di vivere con indifferenza (Ah, Gli indifferenti di Moravia). Un’indifferenza che nasce dal presupposto che, se da una persona mi aspetto qualcosa, anche semplicemente ascoltarmi (che potrà sembrare banale, ma ultimamente pochissima gente mi dà ascolto), non devo farci più caso. Se vivo senza aspettare qualcosa, di conseguenza non posso arrabbiarmi per non averla ottenuta.

Quindi, deduco che l’aspettativa che noi abbiamo nei confronti di qualcuno/qualcosa che non viene poi portata a termine, culmina con delusione/rabbia/disapprovazione. Bene.

“Prendiamo la vita per come ci si presenta” ed evviva l’indifferenza. (è soltanto un “cunotto” > parola catanese traducibile come “conforto”).

Estratto di un mio lavoro

L’estate scorsa mi sono dedicata alla scrittura di un libro di cui non ho realizzato alcun progetto. Avevo piena ispirazione, più scrivevo e più delineavo i nomi e le caratteristiche dei personaggi.

Sono stata ferma per diversi mesi. Lo chiamerei “blocco dello scrittore” ovviamente prendetelo con tono ironico.

Stamattina ho avuto il coraggio di rileggerlo, perché, non so, le altre volte provavo quasi imbarazzo. E quindi mi sono ripromessa di condividere con voi un piccolo estratto:

“[…]invitavo diverse volte Aldo a casa da me. Passavamo delle piacevoli serate a sorseggiare un calice di vino nel mio giardino, a fumare un buon sigaro che aveva comprato a Cuba e a parlare. Ripeto, a lui piaceva tanto parlare di sé. Ed io lo ascoltavo con ammirazione. Amava raccontare tutto nel dettaglio, non tralasciava nulla. Descrisse di quella volta che visitò il Wat Phra Kaew (conosciuto come il Tempio del Buddha di Smeraldo); di quella volta che salì nella Sydney Tower con l’emozionante vista di tutta la baia e di quella volta che visitò Venezia. Ha girato il mondo questo ragazzo. Rimanevo in silenzio di fronte ai suoi racconti. Un brivido attraversava il mio corpo, non capisco se per invidia o ammirazione, o invidia e ammirazione che circolavano nelle mie vene insieme. Di fronte al mio silenzio, a quanto pare imbarazzante, spesso mi chiedeva se ci fosse qualcosa che mi turbava o che volevo chiedere.

«Penso a quanto tu sia stato fortunato nella vita e provo ammirazione per i te, per i tuoi traguardi raggiunti». Mentivo. Mentivo spudoratamente.

«Sono lusingato nel sentirmi dire queste parole e sono lusingato che qualcuno prova ammirazione per me» rispose lui, guardandomi con occhi sinceri. «Tutto ciò che riesco a fare adesso è il frutto di tanti anni di sacrifici e rinunce» continuava «Nessuno mi ha mai regalato nulla. La vita mi ha messo diverse volte alla prova ed ho cercato sempre di uscirne vincente perché potevo, benissimo, affondarmene». Lo guardai con un’espressione mista tra la curiosità e la perplessità. Avrei voluto fare qualche domanda in merito, magari le sue risposte potevano spronarmi e aiutarmi nel riprendere la mia vita, a darmi quella spinta che sono sicuro mi sarebbe stata utile.

Rimanevo in silenzio di fronte ai suoi racconti. Un brivido attraversava il mio corpo, non capisco se per invidia o ammirazione, o invidia e ammirazione che circolavano nelle mie vene insieme.

Di fronte al mio silenzio, a quanto pare imbarazzante, spesso mi chiedeva se ci fosse qualcosa che mi turbava o che volevo chiedere.

«Penso a quanto tu sia stato fortunato nella vita e provo ammirazione per i te, per i tuoi traguardi raggiunti». Mentivo. Mentivo spudoratamente.

«Sono lusingato nel sentirmi dire queste parole e sono lusingato che qualcuno prova ammirazione per me» rispose lui, guardandomi con occhi sinceri. «Tutto ciò che riesco a fare adesso è il frutto di tanti anni di sacrifici e rinunce» continuava «Nessuno mi ha mai regalato nulla. La vita mi ha messo diverse volte alla prova ed ho cercato sempre di uscirne vincente perché potevo, benissimo, affondarmene». Lo guardai con un’espressione mista tra la curiosità e la perplessità. Avrei voluto fare qualche domanda in merito, magari le sue risposte potevano spronarmi e aiutarmi nel riprendere la mia vita, a darmi quella spinta che sono sicuro mi sarebbe stata utile.”

Mi rivolgo a tutti voi. Se avete qualche consiglio o quale impressione potete tranquillamente parlarmene.

Mrs Dalloway – Virginia Woolf

Non posso elaborare un pensiero critico perché non ho ancora avuto modo di poter studiare e approfondire la scrittrice Woolf. Eppure decisi di acquistare il suo romanzo “Mrs Dalloway”.

Ho provato diverse sensazioni durante la lettura ed ho alternato momenti in cui ho odiato il suo modo di scrivere, il suo modo di narrare. Salvo poi cambiare idea.

Virginia ti sbatte subito, dalle prime righe, nomi di personaggi dando un po’ per scontato la loro esistenza e di conseguenza il fatto che a noi fossero già noti.

Tutto un susseguirsi di descrizione di persone, azioni abituali. Tutto gira intorno ad una festa che deve preparare la protagonista, ovvero una donna benestante sulla cinquantina, Clarissa Dalloway, sposata con un uomo politico conservatore Richard Dalloway, periodo dopo guerra.

Il racconto però è pieno di flashback che raccontano eventi estivi circa trentanni prima. La signora Dalloway ricorda il giorno in cui ha incontrato il suo attuale marito e l’altro corteggiatore, che conosceremo in seguito il suo destino.

Parallelamente viene raccontata la vita di Septimus Warren Smith, sposato con una donna italiana, un uomo un po’ sfortunato, veterano di guerra, con allucinazioni frequenti e indecifrabili. Capiremo spesso la sofferenza di quest’uomo attraverso i pensieri della moglie che avrebbe tanto voluto una vita serena e normale e dall’emozione che prova la povera donna quando il marito le rivolge delle normalissime attenzioni.

Non voglio entrare all’interno delle intenzioni della scrittrice, perché nel personaggio di Septimus è racchiusa tutta la sua intenzione di portare alla luce la sua critica del maltrattamento dei malati di mente e dell’intenzione della scrittrice di suicidarsi, elemento che troveremo nel personaggio di Septimus, che morirà suicida lanciandosi da una finestra.

Trovo ammirevole la capacità di raccontare i fatti che risalgono ad un’unica giornata, ma gli incredibili flashback e le dettagliate descrizioni dei pensieri dei personaggi permette a noi lettori di essere coinvolti tramite i pensieri e le emozioni dei personaggi.

Che dire? Vorrei tanto rinascere Virginia Woolf e scrivere bellissimi capolavori proprio come i suoi.

E tu? Hai mai letto un romanzo della grande scrittrice Virgina Woolf?

Siccome era tanto infelice, da mesi e mesi ormai, Lucrezia da un significato a tutte le cose che accadevano, a volte persino pensava che avrebbe dovuto fermare le persone per strada, se avevano un’aria gentile, buona, soltanto per dirgli: <<Sono infelice>>.

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