Umiliati e offesi – Fëdor Dostoevskij

Non è un peccato essere poveri

è invece un peccato essere ricchi e fare del male al prossimo…

Fëdor Dostoevskij.

Lettrici e lettori,

sento una grande responsabilità nel recensirvi questo scritto. Vorrei trovare le parole adatte per incuriosirvi e spingervi a leggerlo (da premettere che l’ho letto in formato kindle gratuitamente).

Non conosco Fëdor Dostoevskij. Non conosco nulla della letteratura russa. O meglio, ho un vago ricordo di ciò che studiai al liceo; ma di tempo ne è passato…

Sono spesso alla ricerca di testi che non siano banali; cerco sempre quel qualcosa che mi incuriosisca e che mi coinvolga a tal punto da non voler staccare mai la lettura. E sono veramente grata di aver trovato quel che cercavo.

Il protagonista, Ivan, è uno scrittore esordiente (e credo che ci sia una sottile nota autobiografica). I fatti ci vengono narrati dal suo punto di vista. Ho sottolineato alcune parti molto significative le quali spiegano quel che accade ad un aspirante scrittore:

“Quanto a te, non puoi sognare di essere Dante o Federico Barbarossa, in primo luogo perché vuoi essere te stesso e perché a te ogni desiderio è proibito; sei una bestia da soma. Ascoltami, e sii franco, da fratello hai bisogno di denaro? […] Prendi il denaro, paga gli editori, liberati dal collare, poi assicurati un anno di esistenza e mettiti a scrivere qualche opera, scrivi una cosa grande! Eh? Che ne dici?”

“<<Scrivete tutte cose vere?>>

<<No, le invento>>.

<<Perché allora scrivete delle cose false?>> […]

<<E vi pagano molto per questo?>>

<<Dipende. Qualche volta pagano bene, qualche volta invece non guadagno perché non sempre il lavoro mi riesce. è un lavoro difficile>>.

<<Allora non siete ricco>>.

<<No, non sono ricco>>

Questo è quel che accade a chi si cimenta nella scrittura. Il peso della grandezza dei grandi autori e delle grandi autrici si fa sentire. Il desiderio di non ripetersi è molto forte.

Il racconto ha inizio quando il nostro protagonista, incuriosito dalla vista di un anziano molto magro e malconcio, decide di seguirlo. Seguirà l’anziano fino ad un certo punto perché il poveretto, in seguito ad un malore, morirà e riuscirà a pronunciare le sue ultime parole ad Ivan.

Ed ecco che entrano in scena diversi personaggi, descritti nel minimo dettaglio. Passiamo dal principe (figura negativa) alla bambina povera (picchiata e maltrattata). Lo scrittore riesce a farci coinvolgere nel modo di pensare e nella psicologia di ogni personaggio. Ne conosciamo le sensazioni più intime, più profonde. Nulla è dato per scontato. Nulla è lasciato al caso. Il protagonista si lega ai personaggi. Lui è il motore principale di ogni azione. Riuscirai a vivere ogni scena descritta. Con la mia mente io ero lì, presente, nella stanza di Ivan o in casa da Nathalia Nikolajevna.

Le anime come quelle di Nathalia soffrono dolorosamente le delusioni, e tanto più quando hanno la coscienza di essere loro i colpevoli. Perché aspettarsi più di quello che un altro può dare? Esseri simili incontrano di continuo delle delusioni. Meglio per loro sarebbe starsene nel proprio cantuccio, senza andarsene in giro per il mondo; mi sono accorto che questi esseri amano il loro cantuccio al punto da inselvatichirsi”.

Ho vissuto il malessere di Nathalia e ho provato una profonda tenerezza per la piccola Elena, per la sua mammina e l’anziano Smith. Non aggiungo altro…

Ho eseguito delle ricerche. Con rammarico ho appreso che, a quanto pare, non è tra i libri più famosi scritti da Dostoevskij. Ed è un vero peccato.

Voto 10/10

Uno, nessuno e centomila.

pirandello

Carissime lettrici e carissimi lettori,

in questo periodo ho letteralmente divorato due testi scritti dal grande Luigi Pirandello. I testi in questione sono Sei personaggi in cerca d’autore e Uno, nessuno e centomila. In questo post mi concentrerò su quest’ultimo testo.

Dunque, Uno, nessuno, centomila è stato scritto nel 1925. Il protagonista è un uomo di 28 anni, Vitangelo Moscarda, sposato, che vive una sorta di “crisi di identità”. Tutto ha inizio quando sua moglie gli fa notare un certo particolare del suo naso, particolare che per il Moscarda diventa una vera e propria tragedia identitaria. Ha inizio, quindi, la riscoperta del suo vero io. Il protagonista si interroga diverse volte se la sua stessa immagine compromettesse il suo io: le persone vedono il suo naso, i suoi occhi e, in base a ciò che vedono dall’esterno, si sono fatti un’idea anche della sua personalità, dei suoi pensieri, che non sono realmente suoi, che non gli appartengono.

Lui, Moscarda, direttore di banca nella piccola città di Richieri, posizione lavorativa ereditata dal padre, in paese lo chiamano “usuraio”; ma lui non si riconosce come tale. Si infastidisce anche con la moglie, Dida, che gli ha attribuito un nomignolo: Gengé. La moglie aveva personalizzato questo Gengé, aveva creato delle aspettative, conosceva i pensieri e anche le risposte. Ma chi era questo Gengé? E chi era l’usuraio che tutti conoscevano? Molteplici identità attribuite da persone e che pesavano su una sola persona.

“Come sopportare in me quest’estraneo? Quest’estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori intanto della mia?”

Davanti allo specchio o alle vetrine dei negozi dove riusciva a vedere la sua immagine riflessa, Moscarda affermava quanto segue:

“Chi era? Ero io? Ma poteva anche essere un altro! Chiunque poteva essere, quello lì. […] Perché dovevo esser io, questo, così?”

Una scena in particolare mi ha letteralmente spiazzata. Il protagonista fa accesso nel suo salotto dove la moglie e un collaboratore della banca si trovano a chiacchierare. La scenda si presenta così:

“e poiché erano due a vedermi entrare, mi venne la tentazione di voltarmi e cercare l’altro che entrava con me […] Due, dunque, non agli occhi loro, ma soltanto per me che mi sapevo per quei due uno e uno; il che per me, non faceva un più ma un meno, in quanto voleva dire che ai loro occhi, io come io, non ero nessuno.” Continuando, Moscarda afferma che in quella stanza erano ben in otto e non in nove, perché per sé stesso lui non contava più. Dunque:

  1. Dida, com’era per sé;
  2. Dida, com’era per me;
  3. Dida com’era per Quantorzo;
  4. Quantorzo com’era per sé;
  5. Quantorzo com’era per Dida;
  6. Quantorzo com’era per me;
  7. Il caro Gengé di Dida;
  8. Il caro Vitangelo di Quantorzo.

Fermatevi un attimo a riflettere. Non è forse quello che accade a tutti noi?

Il protagonista inizierà una serie di esperimenti contraddicendo e spiazzando le aspettative di tutti; tra questi anche la volontà di interrompere l’attività banchiera.

Il resto del romanzo vi sorprenderà e devo dire che Pirandello è riuscito a dare un finale davvero dignitoso al Moscarda che, se per certi versi ho odiato, alla fine sono riuscita ad apprezzare e a capire i veri motivi che l’hanno spinto a compiere determinate azioni.

Voto: 9/10

Tom Jones – Henry Fielding

.





“It is much easier to make good men wise, than to make bad men good.” – Tom Jones

Carissimi e carissime,

spero che tutto vada bene, anche in questo periodo molto particolare.

Io cerco di tenermi impegnata in vario modo: studiando, guardando film/serie TV e, soprattutto, leggendo diversi libri.

Sto usufruendo dei vari testi in formato kindle offerti da Amazon, quindi ho una lista di libri da iniziare o terminare.

Sono immersa nella lettura del romanzo picaresco Tom Jones, scritto da Henry Fielding nel 1749.

E’ un libro molto ben strutturato, complesso e ben studiato. L’obiettivo è quello di mettere in risalto una parte di società che, in quel dato periodo di tempo, è sempre stata messa in secondo piano.

In questo libro troviamo dei riferimenti alla vita personale di Fielding. La morta di sua moglie, avvenuta nel 1744, lo segnò particolarmente ed è il personaggio femminile di Sophia che incarna la moglie deceduta. Come tutti i più grandi libri, al suo debutto non ha ricevuto commenti positivi. Questo nuovo modo di scrivere di intrattenere venne fortemente criticato, anche se l’intenzione dello scrittore era quella di descrivere la natura umana, fatta anche di corruzione e vizi. Libro ritenuto immorale, con diversi episodi riguardo il sesso occasionale, ritenuti inappropriati. Nonostante ciò, il romanzo ebbe abbastanza successo ed è rientrato tra i più importanti canoni letterari. 

Il romanzo offre una più autentica rappresentazione delle persone e delle situazioni rispetto ai testi del suo tempo. Tom Jones è un vero eroe, un uomo completo, con i suoi appetiti, con i suoi punti di forza e debolezze. È un personaggio in continua evoluzione. Fielding, dunque, è riuscito nel suo intento, ovvero di portare un’ondata di freschezza e di diversità stilistica in grado di intrattenere i lettori del tempo e anche futuri.

VOTO:  8/10

Oscar Wilde – The Picture of Dorian Gray

Carissime lettrici e carissimi lettori,

è passato molto tempo dall’ultima volta che ho scritto un posto qui su WordPress. È stato un periodo molto intenso e impegnativo. Finalmente, però, sto riuscendo ad organizzare al meglio le mie giornate e ho deciso di ritagliare uno spazio per dedicarmi alla recensione di un libro che mi ha fatto vivere sentimenti contrastanti.

Il libro in questione è stato scritto dal grandissimo Oscar Wilde. Ebbene sì, vi parlerò del Ritratto di Dorian Gray (The picture of Dorian Gray). È stata una lettura a tratti sofferta e a tratti ammirata. L’ho letto in lingua originale e non ho avuto difficoltà nel comprenderne il significato. Il linguaggio usato è molto semplice.

Perché una lettura sofferta? Perché mi soffermavo diverse volte a pensare con quale capacità un essere umano sia riuscito ad elaborare un libro trattando tematiche molto interessanti in un modo sorprendente. Mi sono sentita molto piccola, inferiore. Pagherei per poter avere solo l’1% di questa straordinaria capacità.

Wilde esplora come l’assoluto edonismo possa portare un uomo o una donna al fallimento. In una società dove la bellezza è tutto, Dorian è stato influenzato, spinto, ad esprimere un desiderio o volontà di rimanere eternamente giovane. Raggiunto il suo obiettivo, abbandonerà tutta la sua morale senza alcuna esitazione. Dorian è stato, a sua volta, corrotto dalla lettura di un libro (tematica che ritroviamo anche “nello strano caso di Dr. Jekyll e Mr. Hyde).

Il coraggio di Wilde di pubblicare il suo manoscritto in un magazine, ritenuto immorale dall’opinione pubblica, rende ancor di più la sua figura immensa. Lui, nella sua prefazione, spiega la sua arte, la sua filosofia. Tendenzialmente si ricollega al clima morale del tempo Vittoriano nel Regno Unito: vi era la convinzione che i lavori degli scrittori dovevano essere usato per l’educazione sociale e morale (ricordiamo il grande Charles Dickens). Wilde diventerà portavoce di un movimento che andava contro questa “regola”; il suo obiettivo era quello di rendere l’arte libera.

Consiglio vivamente questa lettura e di soffermarvi a riflettere sulle tematiche trattate. Vi accorgerete che i tempi non sono poi così cambiati.

A.B.G.

Serie TV

Eccomi ricomparire dopo giornate festive intense.

Avrò sempre meno tempo da dedicare al blog… ed è un peccato perché ho molte cose da dirvi.

A tal proposito stavo pensando di aprire un dibattito riguardo le serie TV e trascinarvi nel mondo di Vikings (che amo letteralmente).

Che rapporto avete con le serie TV? Vi piacciono? Ne seguite una in particolare?

Prefazione, finalmente

In preda ad un impulso irrefrenabile, ho pubblicato il mio breve racconto su Amazon.

Perfetto. Da quel momento non so quante volte ho modificato il testo e, dopo averci riflettuto un po’, ho avuto un attimo di genio: manca la prefazione.

Ed eccola qui… Copiata ed incollata per voi.

Caro lettore e cara lettrice,

questo breve racconto intitolato “La delicatezza del vivere” è il primo di una serie di racconti che verranno, in futuro, riuniti in un’unica raccolta.

L’obiettivo è quello di portare alla luce diverse tematiche (che non sono approfondite perché non è nelle mie competenze al momento) molto attuali.

Vi invito a riflettere e ad approfondire la lettura per scavarne gli aspetti più profondi, per capire se anche voi avete avuto, durante la vostra vita, diversi pensieri simili a quelli che vi comunicherà il protagonista.

Se vi piacerà o meno non mi è dato saperlo; è una creatura nata da un impulso irrefrenabile di sputar fuori
tutto quello che la mia testa mi indicava.

Una denuncia o uno sfogo, sta a voi capirlo. Sarà molto soggettiva la valutazione.

Non mi resta che augurarvi una buona lettura.

Walpole – Castello di Otranto

Bene, ho terminato la lettura de “Il castello di Otranto”, opera scritta da Horace Walpole.

Sicuramente il genere non rientra tra i miei preferiti, gli elementi fantastici (giganti, fantasmi, scheletri) non fanno per me… Mi oriento verso il romanzo realista o comunque in grado di descrivere le condizioni umane dei più sfortunati.

Tuttavia, pensando al periodo in cui lui ha realizzato l’opera… Beh, complimentoni!
Di sicuro in quel periodo qualcuno avrà storto il naso dato che si discostava molto dalle opere che ci circolavano. Ed è proprio questo che ammiro, il coraggio di mostrare un’altra faccia della medaglia… Consigliato? Sì 💯

L’indifferenza come arma

Non so voi, ma a me capita di arrabbiarmi spesso. Attenzione, quando intendo che mi arrabbio non intendo che faccia scenate o cose dell’altro mondo.

Ci rimango male, sì. Ci rimango male se qualcosa non va come avevo programmato io; ci rimango male se qualcuno a cui tengo non ricorda un dettaglio a cui davo importanza. E di conseguenza mi arrabbio.

Mi arrabbio quando ho qualcosa da dire e non vengo capita; mi arrabbio quando mi si dicono cose non vere; mi arrabbio e basta.

Poi, forse riflettendo e/o crescendo, ho maturato l’idea che arrabbiarmi non portava a nulla. Non ottenevo nessun risultato se non qualche ruga in più sulla fronte.

Quindi ho deciso di vivere con indifferenza (Ah, Gli indifferenti di Moravia). Un’indifferenza che nasce dal presupposto che, se da una persona mi aspetto qualcosa, anche semplicemente ascoltarmi (che potrà sembrare banale, ma ultimamente pochissima gente mi dà ascolto), non devo farci più caso. Se vivo senza aspettare qualcosa, di conseguenza non posso arrabbiarmi per non averla ottenuta.

Quindi, deduco che l’aspettativa che noi abbiamo nei confronti di qualcuno/qualcosa che non viene poi portata a termine, culmina con delusione/rabbia/disapprovazione. Bene.

“Prendiamo la vita per come ci si presenta” ed evviva l’indifferenza. (è soltanto un “cunotto” > parola catanese traducibile come “conforto”).

Blog su WordPress.com.

Su ↑

Crea il tuo sito web su WordPress.com
Crea il tuo sito