L'indifferenza come arma

Non so voi, ma a me capita di arrabbiarmi spesso. Attenzione, quando intendo che mi arrabbio non intendo che faccia scenate o cose dell’altro mondo.

Ci rimango male, sì. Ci rimango male se qualcosa non va come avevo programmato io; ci rimango male se qualcuno a cui tengo non ricorda un dettaglio a cui davo importanza. E di conseguenza mi arrabbio.

Mi arrabbio quando ho qualcosa da dire e non vengo capita; mi arrabbio quando mi si dicono cose non vere; mi arrabbio e basta.

Poi, forse riflettendo e/o crescendo, ho maturato l’idea che arrabbiarmi non portava a nulla. Non ottenevo nessun risultato se non qualche ruga in più sulla fronte.

Quindi ho deciso di vivere con indifferenza (Ah, Gli indifferenti di Moravia). Un’indifferenza che nasce dal presupposto che, se da una persona mi aspetto qualcosa, anche semplicemente ascoltarmi (che potrà sembrare banale, ma ultimamente pochissima gente mi dà ascolto), non devo farci più caso. Se vivo senza aspettare qualcosa, di conseguenza non posso arrabbiarmi per non averla ottenuta.

Quindi, deduco che l’aspettativa che noi abbiamo nei confronti di qualcuno/qualcosa che non viene poi portata a termine, culmina con delusione/rabbia/disapprovazione. Bene.

“Prendiamo la vita per come ci si presenta” ed evviva l’indifferenza. (è soltanto un “cunotto” > parola catanese traducibile come “conforto”).

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